da: Radio Londra
La Missione è quella di creare un'associazione tra la Comunicazione e la Cultura. Spesso questi due ambiti non si incontrano (il comunicatore non fa vera cultura e l'accademico non sa comunicare in modo efficace). Noi vorremmo far incrociare i due binari per portarli a formarne uno unico.
Vorremmo stimolare l'aspetto critico del fruitore, per comunicare cultura e per acculturare la comunicazione.
Questo Blog vuol essere un punto di riferimento per articoli d'informazione giornalistica-scientifico-culturale-economica.
Qui potrete trovare ogni tipo d'informazione e saremo lieti di stimolare un sano e doveroso dibattito per ogni singolo articolo, con il fine d'incrociare nel massimo rispetto di pareri ed opinioni diversi tra loro, per giungere così ad una proposta d'incontro tra i molteplici aspetti di una società multiculturale
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giovedì 2 febbraio 2012
" Celentano, aiuta chi non vuole l' aborto "
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giovedì 8 dicembre 2011
La fuga all'estero è soltanto a parole
da: La Bussola Quotidiana - Renzo Puccetti
Prosegue la campagna abortista; l’ultima iniziativa in ordine di tempo è il recapito di sacchi contenenti scatole di RU 486 al governatore del Piemonte che si era impegnato ad ostacolare la diffusione dell’aborto chimico nella sua regione. Per dare colore a tale iniziativa alcuni Radicali, tra cui il ginecologo Silvio Viale, hanno pensato di recapitare “i doni” travestendosi da Babbi Natale.
Qualcuno obietterà circa l’opportunità di promuovere un “pesticida antiumano”, come lo definì il professor Jerome Lejeune, proprio nel periodo che prepara la nascita di un certo bambino di nome Gesù; magari il mal di pancia accrescerà per l’uso di Babbo Natale, figura ispirata a San Nicola, il vescovo di Myra ricordato per la munificenza nel provvedere personalmente alla dote matrimoniale di fanciulle indigenti, ma che volete, i personaggi si conoscono e sono quello che sono, la sensibilità al sentimento religioso non è il loro forte. Certo che rivendicare come un successo le 1792 confezioni di RU 486 acquistate dalle strutture del Piemonte sulle 6700 di tutta l’Italia la dice lunga della passione che certi personaggi mettono nell’espletare le loro mansioni, evidentemente ci sono proprio portati.
È in questa cornice che il 25 novembre il “Corriere Nazionale”, quotidiano tosco-umbro, a pagina 4 denunciava una vera e propria “fuga all’estero” per abortire da parte delle donne italiane. Nel pezzo, integrato da una intervista all’immancabile Viale, si dice che la Svizzera e la Francia sono «le principali mete del “turismo abortivo” dove una donna su tre è italiana». I motivi della fuga dall’Italia sarebbero i soliti: “privacy, vantaggi economici e attese ridotte al minimo”. Corbezzoli! A leggere queste cifre uno potrebbe immaginarsi lunghe file di donne che dall’italico avido suolo valicano i confini verso gli erbosi pascoli transalpini, dove la fame di diritti riproduttivi è ampiamente saziata.
Leggendo l’intervista al ginecologo radicale ci si può però accorgere che egli dice una cosa un bel po’ diversa, laddove limita al solo Cantone Ticino quel terzo di donne italiane che abortiscono in Svizzera. Ora gli abortisti ci scuseranno se, in un eccesso di zelo, ci siamo permessi di verificare le cifre andando a controllare le fonti ufficiali. Per la Svizzera l’ufficio federale di statistica fornisce la cifra di 11.092 aborti per l’anno 2010, di cui 10.641 effettuati da donne residenti nella confederazione. Poiché qui non serve un matematico del calibro di Oddifreddi, si può facilmente calcolare per sottrazione che le donne non residenti che hanno abortito in Svizzera sono state 451.
Ora, anche se queste fossero tutte donne italiane, si tratterebbe di una percentuale di solo il 4%, che è un po’ più bassa rispetto a quella di un terzo evidenziata nel titolo. I calcoli completi li si può comunque fare per l’anno 2008, anno in cui nel citato Cantone Ticino sono stati eseguiti 682 aborti complessivi; di questi 206 sono riferiti a donne italiane che avevano attraversato la frontiera. In effetti 206 aborti corrisponde ad un terzo degli aborti, ma non della Svizzera, bensì del Cantone Ticino, cosa rilevante forse per i ticinesi, ma assai meno per gli svizzeri per i quali le italiane che vanno lì ad abortire rappresentano meno dell’1,9% di tutti gli aborti, ed ancora meno per gli italiani, per i quali 206 casi costituiscono appena lo 0,17% degli aborti effettuati nel nostro paese. Quanto poi alla Francia, altra nazione citata nell’articolo come meta di turismo abortivo, i numeri sono ancora più chiari. Nel 2007 gli aborti effettuati in Francia sono stati 213.382. Come riporta a pagina 126 la Revue française des affaires sociales del gennaio/marzo 2011, gli aborti effettuati in quel anno da donne straniere sono il 6%; di questi la maggioranza è costituita “essenzialmente da donne africane” (58%), mentre le donne provenienti complessivamente dai paesi dell’Europa dell’ovest costituiscono il 13% di quel 6% di straniere, cioè appena lo 0,78% di tutti gli aborti in Francia. In numeri crudi sono state 1.664 le donne dei paesi dell’Europa occidentale che nell’ultimo anno disponibile hanno abortito sul suolo francese ed è piuttosto difficile sostenere che queste fossero formate esclusivamente da donne italiane.
La fuga dall’Italia per andare ad abortire all’estero pertanto non esiste, ma questo è secondario. Come quel gran laicista di Voltaire insegnava scrivendo all’amico Thiriot il 21 ottobre 1736, “La menzogna è un vizio solo quando fa male. È una grandissima virtù quando fa del bene. Siate dunque più virtuosi che mai. Dovrete mentire come un demonio, non già timidamente, non per un po’, ma con coraggio e sempre. Mentite, amici miei, mentite, un giorno ve lo renderò”. L’articolo è comunque interessante perché in esso lo stesso Viale sembra smentire il pericolo del blocco degli aborti a causa dei troppi medici obiettori denunciato soltanto poche settimane fa dai suoi colleghi aborti-facenti. Per Viale il vero problema non sono i medici obiettori, egli dice infatti che un 30% di ginecologi che praticano gli aborti è un numero sufficiente.
La responsabilità dell’emigrazione abortiva risiederebbe piuttosto nel doversi “sorbire” il colloquio al consultorio e la mancanza della RU 486, il “farmaco miracoloso”, come ebbe a definirlo il suo divulgatore, l’accademico di Francia professor Baulieu. Parlare in questo caso di miracolo parrebbe un po’ eccessivo, ma si deve riconoscere che fare sparire milioni di bambini su scala planetaria è roba che avrebbe fatto impallidire persino Houdini. È singolare come il tentativo di aiutare la donna a non abortire sia percepito sul versante del femminismo abortista come l’istituzione di un intollerabile “tribunale morale”, cosa che evidenzia una volta di più la contraddizione tra la prassi abortista e la tutela della maternità ipocritamente declamata nel titolo della legge italiana. “Di aborto ne ha sempre parlato chi di solito non se ne occupa, io dico che se non ci metti la faccia non capisci”, ha dichiarato molto divertito Silvio Viale. Molto meno divertito ricordo che tante persone ci hanno messo più che la sola faccia, ma la loro intera vita e spesso quella delle loro famiglie, ma l’hanno fatto in un modo opposto al suo: dando una chance ad ogni bambino destinato a nascere.
A quei tanti, generosi, ignoti benefattori che sono le braccia dell’organismo pro-vita, va la nostra ammirazione ed il nostro ringraziamento. Il 14 luglio 1941, in un momento buio della storia dell’umanità, Winston Churchill disse: “fate il vostro peggio, noi faremo il nostro meglio”. Oggi contro la cultura della morte il nostro meglio è difendere la bellezza della vita, contro la menzogna dire solo la verità, all’ignoranza rispondere con la conoscenza, all’abbandono contrapporre la condivisione; questo è il nostro meglio, questo è l’identikit ed il programma del pro-life.
domenica 4 dicembre 2011
Una volta si aveva paura dei vampiri, oggi si ha paura di fare un figlio
da: L'Occidentale di Carlo Bellieni
Sembra che la scena più horror degli ultimi tempi in un film sia stata… un parto! Già, la nascita del figlio della coppia di vampiri della saga Twilight nel film Breaking Dawn: nascita spontanea, di un bambino che in nulla è apparentemente diverso da un altro dei miliardi di bambini nati al mondo, ha determinato svenimenti, capogiri, paura. Ragazzi! Abituati a vedere sventramenti, attacchi cannibali, stupri… svenite per un parto?
Mica tanto strano. E’ che nella società postmoderna c’è un’epocale censura su tutto ciò che è naturale, mentre si gonfiano e banchettano nelle nostre giornate paure false, bisogni falsi, desideri falsi, piaceri falsi. E quello che è naturale diventa alieno, dunque spaventoso.
Si arriva poi a quello che in un recente manuale di sociologia ho definito “pedofobia” (Advances in Sociology, vol 13, Nova Publisher, USA), cioè la fobia per l’idea stessa di avere un figlio. Ragazzi, saprete tutto ma proprio tutto su come non avere figli ma niente, proprio niente, su come averli. Ringraziate ballerine e cantanti e disinvolti giornalisti, che fare un figlio è diventato “un diritto”, e dunque che ormai pensiate che, come ogni diritto, un figlio si possa avere “a piacere”, o “a comando”, e che ovviamente sia indolore, automatico, meccanico, ripetibile a piacere, quando lo voglio, come lo voglio; e soprattutto inconciliabile con la vita giovane, giovanile, un ostacolo, la “ciliegina sulla torta” che “ci si regala” (unico e perfetto altrimenti si butta via prima che nasca), quando abbiamo soldi, lavoro, progetti realizzati… e soprattutto quelle benedette scarpe della commessa del negozio pre-maman, che la pubblicità TV di una marca automobilistica ci fa vedere come desiderabili molto più che avere un figlio.
E allora il figlio della coppia di vampiri (che la vampiressa si rifiuta di abortire) diventa un horror: ma come… far nascere un figlio da giovani! e indesiderato dal padre! e che fa soffrire la madre! Abominio. Già, una volta si aveva paura dei vampiri. Oggi si ha paura di fare un figlio.
Tanto che si moltiplicano i cesarei, non solo per motivi clinici o per paura (o perché oggi c’è la bella invenzione di promuovere i figli concepiti in vitro, chiamandoli “figli preziosi” – definizione ufficiale da textbook- e regalare loro un tasso di cesarei maggiori della media); ma anche perché le mamme non hanno capito che devono sbrigarsela loro; con gli aiuti della medicina e delle ostetriche, ma devono spingere, sudare… e che diamine: un taglio vi prego! E non è colpa delle donne ma di una cultura che non insegna niente sul parto, sul sesso vero (che non è raccontare quanto infastidisce o è carino il preservativo).
Non è un caso che questa cultura pedofobica sia vincente: il mondo oggi fa paura, e l’idea stessa di fare figli è una contraddizione. Basta aprire un giornale e trovate solo notizie di crisi, epidemie e stupri; sarà un caso, ma io ci vedo dietro una mentalità che odia profondamente quello che c’è di più umano e più naturale; spesso per vendere; ancor più spesso per desiderio di essere creatori (finti) di quello che abbiamo intorno, creando un mondo di plastica e cartone e preferendolo per diffidenza a quello fatto di fiori, ma anche bestie selvagge, di sole ma anche di velenosi animali, che abbiamo da miliardi di anni.
E allora il figlio può essere indifferentemente fatto in laboratorio, le cellule “si creano” (non è vero ma così dicono i giornali), e via dicendo; e come ho cercato di spiegare nel romanzo “Volere e Volare” (Ed Cangtagalli), forse c’è una regia dietro. Ipotesi ardimentosa? Provare per credere. Se si arriva ad avere orrore di un parto e non di uno stupro, un motivo c’è.
lunedì 7 novembre 2011
Mai più morte, fino alla morte
da: L'Ottimista
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.
La straordinaria testimonianza del ginecologo Antonio Oriente.
In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”). Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
“Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi... Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.
Aborto, vietato obiettare
da: La Bussola Quotidiana - Prof. Renzo Puccetti
Nelle scorse settimane i ginecologi abortisti, termine qui usato per indicare gli operatori dell'aborto, si sono riuniti a convegno. L'oggetto, pare, delle loro accorate lamentele, il responsabile principale di ogni frustrazione, l'essere che proditoriamente lavorando nell'ombra tenta di privare la società di un diritto fondamentale quale sarebbe quello di abortire, é stato infine individuato in modo implacabile: si tratta dell'obiettore di coscienza.
A lui solo, reo di tali delitti, dovrebbe essere inibita l'assunzione negli ospedali. Qualcuno si domanda il motivo? Ma è ovvio: è notorio infatti che compito precipuo dell'ostetricia è la soppressione del bambino nel grembo delle madri. Gli abortisti sono persone per bene, sinceramente democratiche, generalmente in prima fila nella difesa del pluralismo dei valori; pluralismo che tutti hanno il sacrosanto diritto di potere esprimere; tutti, s'intende, tranne quell'impresentabile abusivo del camice bianco che va sotto il nome di medico obiettore.
Sembra peraltro che il trend sia molto preoccupante: anziché rimpicciolire progressivamente ed infine estinguersi, la razza dei ginecologi che non capiscono, che non si adeguano al progresso, ma obiettano e rifiutano di aspirare i concepiti per gettarli tra i rifiuti speciali come mero materiale biologico, è in aumento.
Un comportamento intollerabile da parte di medici che costringono i poveri colleghi abortisti a sopportare "un carico psicologico maggiore". Deve essere davvero una gran canaglia il ginecologo obiettore per fare inviperire cosí gli operatori dell'aborto. Pare peraltro che la schiera dei perfidi obiettori sia ingrossata da un buon numero di abortisti: ci sono quelli della palude, quelli che non si sono mai apertamente schierati a difesa integrale dei diritti riproduttivi; ci sono i cripto-abortisti, quelli che gli aborti li farebbero se solo qualcuno spiegasse loro quanta penuria ci sia di operatori; vi sono poi gli abortisti in sonno, che sono quelli che gli aborti li facevano, ma poi hanno sospeso l'attività per dedicarsi temporaneamente ad altre attività; ed infine ci sono gli abortisti disertori, quelli che dopo cento, mille, diecimila aborti, erano esauriti e sentendo di non farcela più, hanno abbandonato la trincea.
Tutti questi però sono niente a confronto del più malefico di tutti gli obiettori: quello che a salvare la vita del concepito ci crede davvero. Si tratta di un sovversivo, uno che attenta alla legge osando rivendicare - pensate - quanto è scritto nella legge, che si annida nei consultori, sforzandosi magari d'individuare un aiuto concreto per evitare l'aborto. Il pericoloso ginecologo obiettore si aggira per gli ospedali dove in qualche caso - orrore - ha persino aperto le porte dei reparti a quegli altri loschissimi figuri che si fanno chiamare volontari pro-life, gente disprezzabile che, pensate un po', si leva i soldi di tasca ed apre anche le proprie case alle donne pur di aiutarle a non abortire, gentaglia davvero incomprensibile che venera una tal suora di Calcutta che ce l'aveva a morte con l'aborto,
una cosa che per gli abortisti è invece una "pratica umanissima". È sempre l'impunità di cui gode il medico obiettore ad avere dato il cattivo esempio e costringere il Paese ad avere ora a che fare anche coi farmacisti obiettori, altri folli che pretendono di avere una coscienza loro propria, di seguirne i dettami e di non dare alle donne tutte quelle belle pilloline che servono ad impedire all'embrione di sopravvivere.
Ma come si fa a non capire che fare gli aborti è una buona azione; pensate al risparmio che deriva dall'eliminazione di tutti quegli esseri un po' bruttini a vedersi, spesso ritardati, che se lasciati nascere, sono abbisognevoli di cure costose ed assistenza protratta. L'aborto fa bene alla psiche delle donne. Qualcuno potrebbe obiettare che il British Journal of Psychiatry ha appena pubblicato una mega-revisione dei casi che mostra invece il peggioramento della salute psichica delle donne dopo l'aborto; e che il professor Fergusson, ateo e pro-proice, ha confermato questi dati seguendo dalla nascita un gruppo di donne e analizzando ogni fattore. Ma queste anime belle farebbero bene a tacere; insomma, in fin dei conti il ginecologo abortista lavora tanto ed ha giustamente bisogno di ferie più lunghe.
No, la situazione è intollerabile, qui servono misure draconiane che ci riallineino agli standard europei di Francia e Inghilterra, dove il numero di aborti è quasi doppio rispetto all'ancora cattolica Italietta. Impedire l'assunzione del ginecologo obiettore potrebbe essere misura insufficiente; chissà per quanti anni ancora gli obiettori continuerebbero ad aggirarsi per le corsie e gli ambulatori: si potrebbe suggerire di accelerare il cambiamento mediante programmi di rieducazione intensiva alla comprensione della bellezza e bontà dell'aborto, magari in collaborazione col governo cinese, che di queste cose ha vasta esperienza e, per i renitenti, misure di progressiva penalizzazione, purché senza ulteriore affollamento delle carceri. A questo proposito si potrebbe attivare un programmino di scambio carcerario tra obiettori e quelli condannati per aborto clandestino, in fin dei conti dei semplici professionisti freelance: dentro i primi, fuori i secondi.
A lui solo, reo di tali delitti, dovrebbe essere inibita l'assunzione negli ospedali. Qualcuno si domanda il motivo? Ma è ovvio: è notorio infatti che compito precipuo dell'ostetricia è la soppressione del bambino nel grembo delle madri. Gli abortisti sono persone per bene, sinceramente democratiche, generalmente in prima fila nella difesa del pluralismo dei valori; pluralismo che tutti hanno il sacrosanto diritto di potere esprimere; tutti, s'intende, tranne quell'impresentabile abusivo del camice bianco che va sotto il nome di medico obiettore.
Sembra peraltro che il trend sia molto preoccupante: anziché rimpicciolire progressivamente ed infine estinguersi, la razza dei ginecologi che non capiscono, che non si adeguano al progresso, ma obiettano e rifiutano di aspirare i concepiti per gettarli tra i rifiuti speciali come mero materiale biologico, è in aumento.
Un comportamento intollerabile da parte di medici che costringono i poveri colleghi abortisti a sopportare "un carico psicologico maggiore". Deve essere davvero una gran canaglia il ginecologo obiettore per fare inviperire cosí gli operatori dell'aborto. Pare peraltro che la schiera dei perfidi obiettori sia ingrossata da un buon numero di abortisti: ci sono quelli della palude, quelli che non si sono mai apertamente schierati a difesa integrale dei diritti riproduttivi; ci sono i cripto-abortisti, quelli che gli aborti li farebbero se solo qualcuno spiegasse loro quanta penuria ci sia di operatori; vi sono poi gli abortisti in sonno, che sono quelli che gli aborti li facevano, ma poi hanno sospeso l'attività per dedicarsi temporaneamente ad altre attività; ed infine ci sono gli abortisti disertori, quelli che dopo cento, mille, diecimila aborti, erano esauriti e sentendo di non farcela più, hanno abbandonato la trincea.
Tutti questi però sono niente a confronto del più malefico di tutti gli obiettori: quello che a salvare la vita del concepito ci crede davvero. Si tratta di un sovversivo, uno che attenta alla legge osando rivendicare - pensate - quanto è scritto nella legge, che si annida nei consultori, sforzandosi magari d'individuare un aiuto concreto per evitare l'aborto. Il pericoloso ginecologo obiettore si aggira per gli ospedali dove in qualche caso - orrore - ha persino aperto le porte dei reparti a quegli altri loschissimi figuri che si fanno chiamare volontari pro-life, gente disprezzabile che, pensate un po', si leva i soldi di tasca ed apre anche le proprie case alle donne pur di aiutarle a non abortire, gentaglia davvero incomprensibile che venera una tal suora di Calcutta che ce l'aveva a morte con l'aborto,
una cosa che per gli abortisti è invece una "pratica umanissima". È sempre l'impunità di cui gode il medico obiettore ad avere dato il cattivo esempio e costringere il Paese ad avere ora a che fare anche coi farmacisti obiettori, altri folli che pretendono di avere una coscienza loro propria, di seguirne i dettami e di non dare alle donne tutte quelle belle pilloline che servono ad impedire all'embrione di sopravvivere.
Ma come si fa a non capire che fare gli aborti è una buona azione; pensate al risparmio che deriva dall'eliminazione di tutti quegli esseri un po' bruttini a vedersi, spesso ritardati, che se lasciati nascere, sono abbisognevoli di cure costose ed assistenza protratta. L'aborto fa bene alla psiche delle donne. Qualcuno potrebbe obiettare che il British Journal of Psychiatry ha appena pubblicato una mega-revisione dei casi che mostra invece il peggioramento della salute psichica delle donne dopo l'aborto; e che il professor Fergusson, ateo e pro-proice, ha confermato questi dati seguendo dalla nascita un gruppo di donne e analizzando ogni fattore. Ma queste anime belle farebbero bene a tacere; insomma, in fin dei conti il ginecologo abortista lavora tanto ed ha giustamente bisogno di ferie più lunghe.
No, la situazione è intollerabile, qui servono misure draconiane che ci riallineino agli standard europei di Francia e Inghilterra, dove il numero di aborti è quasi doppio rispetto all'ancora cattolica Italietta. Impedire l'assunzione del ginecologo obiettore potrebbe essere misura insufficiente; chissà per quanti anni ancora gli obiettori continuerebbero ad aggirarsi per le corsie e gli ambulatori: si potrebbe suggerire di accelerare il cambiamento mediante programmi di rieducazione intensiva alla comprensione della bellezza e bontà dell'aborto, magari in collaborazione col governo cinese, che di queste cose ha vasta esperienza e, per i renitenti, misure di progressiva penalizzazione, purché senza ulteriore affollamento delle carceri. A questo proposito si potrebbe attivare un programmino di scambio carcerario tra obiettori e quelli condannati per aborto clandestino, in fin dei conti dei semplici professionisti freelance: dentro i primi, fuori i secondi.
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