La Missione è quella di creare un'associazione tra la Comunicazione e la Cultura. Spesso questi due ambiti non si incontrano (il comunicatore non fa vera cultura e l'accademico non sa comunicare in modo efficace). Noi vorremmo far incrociare i due binari per portarli a formarne uno unico.

Vorremmo stimolare l'aspetto critico del fruitore, per comunicare cultura e per acculturare la comunicazione.

Questo Blog vuol essere un punto di riferimento per articoli d'informazione giornalistica-scientifico-culturale-economica.

Qui potrete trovare ogni tipo d'informazione e saremo lieti di stimolare un sano e doveroso dibattito per ogni singolo articolo, con il fine d'incrociare nel massimo rispetto di pareri ed opinioni diversi tra loro, per giungere così ad una proposta d'incontro tra i molteplici aspetti di una società multiculturale
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post

giovedì 9 febbraio 2012

La governance influenza i comportamenti degli stakeholder

da: Ferpi
Il passaggio dalla logica delle relazioni con i pubblici a quella con gli stakeholder è una delle sfide più attuali per le organizzazioni. Lo sostiene Toni Muzi Falconi in una riflessione pubblicata su Global Policy, la rivista on line della London School of Economics.

La qualità del processo decisionale è sempre stata importante nelle organizzazioni pubbliche, private e sociali ed un focus primario per gli studi di management. Negli ultimi vent’anni, le dinamiche sociali, politiche e tecnologiche della globalizzazione hanno creato onerosi ritardi nell’attuazione reale di molte decisioni organizzative. 
Come risultato, il fattore tempo – tradizionalmente un importante indicatore quantitativo – è diventato anche un indicatore qualitativo di grande rilevanza.

Tra le variabili che hanno indotto questo cambiamento del consolidato processo decisionale vi è la crescente consapevolezza – da parte dei leader dell’organizzazione, nonché degli studiosi di management – che gli atteggiamenti, le opinioni e i comportamenti dei pubblici interni, attigui ed esterni impattati dalle decisioni sono sempre più influenzati anche dalla qualità complessiva e dall’efficacia della governance e del management dell’organizzazione. Una consapevolezza è abbastanza recente e certamente non universale; ciò che è chiaro, tuttavia, è che sia nella ricerca che nella pratica manageriale, esiste una progressiva certezza della necessità di un cambiamento da affrontare. I manager tradizionali, così come i professionisti legati al management, cercano di affrontare questo cambiamento e di comprendere gli effetti delle tante riduzioni e semplificazioni di quelli che una volta erano compiti complessi (un aspetto della disintermediazione) e semplificati dall’interconnessione globale.
Una funzione manageriale e una professione intensamente influenzata da questa discontinuità è la gestione delle relazioni pubbliche e della comunicazione. Preferisco la semplice definizione Relazioni pubbliche,poiché uno degli effetti chiave della discontinuità è che la comunicazione è divenuta il principale processo attraverso cui le organizzazioni sviluppano relazioni con gli stakeholder.
Una migliore e più completa definizione, infatti, potrebbe essere quella direlazioni con gli stakeholder, ma ci vorranno alcuni anni prima che questo termine possa essere generalmente accettato.
Negli ultimi anni il corpo di conoscenze delle relazioni pubbliche ha visto una impressionante transizione da una prospettiva da XX secolo, focalizzata sugli Stati Uniti e comunque etnocentrica, ad una visione più aperta, che coinvolge significativi contributi da parte di studiosi provenienti da Europa, Africa, Oceania, Asia e America Latina. Oggi si può fare riferimento a ad un corpo globale di conoscenze, formato da quella che è diventata una professione globale: attualmente poco meno di un quarto dei 2,5/3 milioni di professionisti delle Rp del mondo operano negli Stati Uniti (1).
Dal punto di vista della pratica professionale, gli aspetti più familiari delle relazioni pubbliche (come ad esempio, le media relations, l’organizzazione di eventi, i public affairs e il lobbying) hanno subito un significativo processo di disintermediazione. Inoltre, anche per effetto dell’avvento del digitale, la pratica professionale sta gradualmente passando da un paradigma di comunicazione monodirezionale verso il pubblico, ad uno pluridirezionale verso e con gli stakeholder.
Inoltre, miti ampiamente accettati nel XX secolo – come ad esempio il gatekeeping, il controllo dei messaggi, la privacy o il monopolio del sapere – stanno crollando. Ad esempio, i rappresentanti dei media e gli influenzatori delle decisioni pubbliche sono oggi soltanto due dei molti stakeholder con i quali le organizzazioni devono relazionarsi. E’ necessario anche un impegno relazionale (selettivo) con i fornitori, i consulenti, gli investitori, gli educatori, la rete distributiva, le comunità locali, i gruppi di cittadinanza attiva, i media e, naturalmente, i dipendenti e i clienti. Tutti questi soggetti, infatti, rivendicano attenzione e influenza l’esito degli obiettivi dell’organizzazione.
Ciò significa che le organizzazioni hanno bisogno di individuare, mappare, ascoltare ed interpretare attentamente gli interessi e le aspettative dei vari gruppi di stakeholder, per fornire al management ipotesi di politiche ad hoc; e per selezionare indicatori, altrettanto ad hoc, per valutare quale gruppo di stakeholder in una situazione specifica sia più rilevante per il raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione.
Oggi, sia gli eventi della vita reale che quelli della vita digitale coinvolgono sempre più spesso scambi di conoscenza ed esperienze orizzontali con e tra i gruppi di stakeholder (sinistra-destra-sinistra), piuttosto che la trasmissione a una via di decisioni e performance, guidate dalle organizzazioni (dal basso verso il basso, o anche dal basso verso l’alto). Questo è anche testimoniato nei processi di rendicontazione delle organizzazioni, che stanno incorporando in misura crescente indicatori non finanziari, man mano che gli stakeholder aumentano la loro pressione per narrazioni aperte, trasparenti, continue, multicanale, differenziate per stakeholder eppure coerenti (2).
Naturalmente, l’entità di tali variazioni nella pratica professionale varia notevolmente a seconda delle specifiche dinamiche delle infrastrutture di di relazioni pubbliche di un territorio. Tuttavia, in generale, c’è stata un’istituzionalizzazione accelerata delle relazioni pubbliche come funzione del senior management nelle organizzazioni pubbliche, private e sociali insieme alla progressiva integrazione tra comunicazione interna ed esterna(3).
Oggi, l’analisi di tale infrastruttura di relazioni pubbliche di un territorio è divenuta più professionale ed efficace. Questo è in gran parte dovuto alla crescita del corpo globale di conoscenze per cui si richiede una attenta e periodica analisi delle istituzioni del territorio e dei suoi sistemi politici, economici, di cittadinanza attiva, socioculturali e dei media. Questa conoscenza, a sua volta, consente ai professionisti di attuare programmi efficaci – ma solo se e quando questa analisi sia coerente con alcuni principi generici di validità globale – ossia, il “paradigma dei principi generici e delle applicazioni specifiche” che sta attualmente guadagnando il favore in molti ambienti del management in tutto il mondo.
Secondo questo paradigma, i principi generici riconoscono che
la funzione di relazioni pubbliche è più efficace quando:

  • è una funzione di management autonoma che supporta l’organizzazione a sviluppare relazioni con i suoi stakeholder. Il valore di queste relazioni si misura valutando la loro qualità dinamica utilizzando indicatori quali fiducia, impegno, soddisfazione e equilibrio di potere;
  • serve ruoli strategici, manageriali e tecnici. Questo significa strategico sia in senso riflessivo (per esempio, ascoltare ed interpretare le aspettative degli stakeholder presso il top management prima che vengano prese decisioni) e in senso educativo (ad esempio, fornire le competenze per la governance delle relazioni e gli strumenti per gli altri dirigenti dell’organizzazione, in modo tale che questi possano disciplinare direttamente le relazioni con i propri stakeholder, assicurando coerenza all’interno di un dato scenario);
  • migliora il dialogo con gli stakeholder, un dialogo che tende alla simmetria;
  • valorizza la diversità in base al principio che ogni persona è diversa e la tecnologia permette una relazione one with one;
  • si basa su una piattaforma che si “relaziona con” piuttosto che “comunica a”.
Un ulteriore e più ambizioso passo avanti per la comunità globale delle relazioni pubbliche è evidente negli Accordi di Stoccolma (4), un programma biennale (2011-12) presentato dalla Global Alliance for Public Relations e Communication Management (l’organizzazione ombrello che comprende 67 diverse associazioni di relazioni pubbliche provenienti da 76 paesi e conta circa 180.000 professionisti e consulenti) (5).
Questi accordi, in tre brevi pagine, definiscono come la pratica efficace delle relazioni pubbliche crei valore con l’impiego della comunicazione esterna, della comunicazione interna e dell’allineamento di queste due, per rafforzare la sostenibilità di un’organizzazione, la sua governance e le sue politiche di management. Il testo trae ispirazione dal recente sviluppo di concetti multidisciplinari quali: la network society e il value network, la sostenibilità come opportunità trasformativa, il passaggio dalla governance degli shareholder alla governance degli stakeholder, il nuovo ruolo dei consigli di amministrazione e la rendicontazione integrata come strumento per la gestione delle performance e della narrazione organizzativa.
Questo programma, realizzato attraverso un intenso processo di collaborazione durato sei mesi che ha coinvolto 1.000 professionisti e studiosi provenienti da 22 paesi, è stato approvato a Stoccolma nel giugno 2010 durante il World PR Forum, ed è ora in corso di attuazione, anche come una piattaforma di advocacy, da parte di professionisti, società di consulenza, aziende, enti, associazioni, educatori e studenti in 22 paesi.
Per la prima volta una professione tenta apertamente di sviluppare il 
proprio futuro a livello globale.

I contenuti di questi accordi sono, naturalmente, in evoluzione come rapide sono le dinamiche globali di cambiamento.
Il loro contenuto verrà rivisto a Melbourne nel mese di novembre 2012
durante la prossima edizione del WPRF.

Tratto da Global Policy

(1) Per una panoramica di alcuni dei contributi più recenti nel
corpo di conoscenza vedi http://www.instituteforpr.org . Per un tentativo di comprendere l’impatto economico globale delle Rp, vedihttp://www.instituteforpr.org/ topics/how-big-is-pr/
(2) Vedi http://www.theiirc.org per capire il movimento globale verso nuovi frame di rendicontazione integrata
(3) Consulta la raccolta dei lavori sull’istituzionalizzazione delle Rp presentati
alla conferenza annuale 2008 di EUPRERA
(European Research Public Relations and Education Association) tenutasi a Milano, Italia (http://www.hpe.pearson.it/euprera2008). (4)http://www.stockholmaccords.org

lunedì 19 dicembre 2011

Monti dichiari in pubblico di aver chiuso coi poteri forti

da: Il Giornale


Dalla Trilateral al Bilderberg: è ora che il premier chiuda i suoi rapporti con le lobby dei poteri forti. Queste organizzazioni influenzano di sicuro le scelte dell'esecutivo. Il problema coinvolge anche molti ministri


Per 18 anni il centro-sinistra ha messo in croce Silvio Berlusconi denunciando il conflitto d’interessi, salvo poi rivelarsi tutt’altro che interessato a dirimere questo conflitto perché sarebbe venuta meno la possibilità di identificarsi come «anti-Berlusconi», che è stato l’unico collante che ha consentito al centro-sinistra di restare unito.


Nel caso di Mario Monti e del suo governo di banchieri e di tecnocrati il conflitto d’interesse è dirompente e pressoché generalizzato, eppure sembra che non scandalizzi più la nostra classe politica che ha scelto di auto-commissariarsi. Ebbene a noi cittadini italiani interessa assai perché se nel caso di Berlusconi il sospetto era legato al possibile vantaggio personale, nel caso di Monti la conseguenza concerne la perdita della nostra sovranità nazionale e la sottomissione dell’Italia ai poteri finanziari forti che si incarnano nelle istituzioni internazionali a cui lo stesso Monti aderisce con incarichi di responsabilità: Goldman Sachs, Commissione Trilaterale, Gruppo Bilderberg e Moody’s.
A dispetto del diniego di Monti espresso in Parlamento al momento della richiesta del voto di fiducia, noi possiamo documentare che lui fa parte di queste istituzioni. Gli chiediamo pertanto una dichiarazione pubblica in cui Monti affermi di non farne più parte e di non essere in alcun modo vincolato al perseguimento dei lorointeressi che non solo non collimano ma sono in contrasto con l’interesse nazionale dell’Italia che Monti ha giurato di salvaguardare all’atto formale del suo insediamento.
In una brochure pubblicata in occasione della conferenza annuale organizzata dall’Eabis (Accademia europea dell’impresa nella società), svoltasi l’11 e il 12 settembre 2006 presso la sede della Scuola manageriale Sda Bocconi a Milano (http://www.econometica. it/allegati/5th_Colloquium_ Programme_ Brochure. pdf) si elencano le cariche ricoperte da Monti nelle istituzioni che corrispondono ai poteri finanziari forti. Monti fin dal 2005 è consulente internazionale della Goldman Sachs, la più grande e potente banca d’affari al mondo (http:// www2.goldmansachs.com/ investor-relations/financials/cu rrent/annual-reports/2010-arpdf- files/GS_AR10_Allpages. pdf); dal 2010 è membro del Consiglio direttivo del «club Bilderberg » (organizzazione che dal 1954 si riunisce una volta all’anno a porte chiuse e ai cui incontri, protetti da strettissime misure di sicurezza, partecipano, tra gli altri, i presidenti del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della Federal reserve; i presidenti di alcune tra le maggiori corporation mondiali quali Coca Cola, British Petroleum, Chase Manhattan Bank, American Express, Goldman Sachs, Fiat, Microsoft; vicepresidenti degli Stati Uniti,direttori della Cia e dell’Fbi, Segretari generali della Nato, senatori americani e membri del Congresso, primi ministri europei, capi dei partiti di opposizione, editori e direttori dei maggiori media mondiali); sempre dal 2010 è anche presidente del Gruppo europeo della «commissione trilaterale» (http://www.trilateral. org/go.cfm?do=Page.View& pid=34) altra organizzazione che tiene i suoi incontri in forma strettamente riservata, fondata nel 1973 dal magnate statunitense David Rockefeller, ufficialmente per favorire la cooperazione tra Europa, Stati Uniti e Giappone; Monti nel 2010 risultava membro del «Comitato consultivo di alto livello per l’Europa» di Moody’s, una delle maggiori agenzie di rating al mondo; Monti risulta essere il presidente della lobby belga «Bruegel », un think tank fondato nel 2005 che sta spingendo per l’unione fiscale dei paesi membri dell’Ue (ovvero per un ulteriore trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali all’Unione Europea), composto da esponenti di spicco di 16 Stati e 28 multinazionali, alcune delle quali sono frequentatori abituali di altri club privati: Microsoft, Google, Goldman Sachs, Samsung, la Borsa di New York (Nyse), Unicredit. Dal momento che le suddette organizzazioni, le cui riunioni avvengono con la sola partecipazione dei membri e degli invitati e sono rigorosamente interdette agli estranei, esercitano un’influenza ed un condizionamento crescente sull’opinione pubblica e le dinamiche politiche degli Stati nazionali (al punto che secondo alcuni sarebbero ormai quelle le vere sedi decisionali del pianeta, le assemblee legislative essendo ridotte a ruolo di facciata), il fatto che ad esse partecipino, addirittura con ruoli dirigenziali, alti esponenti delle istituzioni non eletti dal popolo italiano ed imposti con metodi ampiamente discutibili, sfruttando situazioni di emergenza create ad hoc dagli stessi soggetti che poi propongono le soluzioni, non può non destare estrema preoccupazione.
Da qui l’esigenza che Monti chiarisca senza ambiguità e reticenze che si è dimesso dagli incarichi ricoperti in tali organizzazioni e, conformemente al giuramento prestato, eserciterà le sue funzioni«nell’interesse esclusivo della nazione». Il conflitto d’interesse è esteso anche a diversi ministri del governo Monti che ricoprivano incarichi in istituti di credito bancario e che mantengono la proprietà delle azioni anche se si sono dimessi dalle loro cariche dopo la nomina nel Governo: Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico e Infrastrutture,era l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo.
Elsa Fornero, ministro del Lavoro, delle Politiche sociali e delle Pari opportunità, è stata vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo. Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, ha fatto parte dei Consigli di amministrazione di Telecom Italia, di Pirelli e di Fidia. Piero Gnudi, ministro del Turismo e dello Sport, ha ricoperto la carica di consigliere in Unicredit, in Astaldi e nel Gruppo 24 ore. Piero Giarda, ministro dei Rapporti con il Parlamento, è stato membro dei consiglio di sorveglianza del Banco Popolare. Paola Severino, ministro della Giustizia, è stata il legale di Francesco Gaetano Caltagirone, Cesare Geronzi, Romano Prodi e Giovanni Acampora. Monti sappia che facciamo sul serio.
Non ci accontenteremo delle battute fatte il 18 novembre alla Camera richiedendo il voto di fiducia ( «Di poteri forti in Italia non ne conosco, magari l’Italia avesse un po’ più di poteri forti»). O dichiari pubblicamente di non far più parte dei poteri finanziari forti che hanno realizzato con successo il colpo di Stato finanziario prima in Grecia e poi in Italia, oppure si assumerà le sue responsabilità morali, politiche e legali di fronte al popolo italiano che non avrà titolo per governare.

lunedì 12 dicembre 2011

CORRETTA LA NORMA (SADICA) CHE OBBLIGAVA I PENSIONATI AD APRIRE UN CONTO IN BANCA

da: Dagospia

"UN PAESE IN BOLLETTA - CORRETTA LA NORMA (SADICA) CHE OBBLIGAVA I PENSIONATI AD APRIRE UN CONTO IN BANCA: FINO A 980 VERRANNO VERSATI CASH - L’ASTA PER LE FREQUENZE TELEVISIVE NON SI FARÀ A CAUSA DI UN VETO MOLTO NETTO DEL BANANA ACCETTATO DA MONTI (PERCHÈ NON FAR PAGARE TUTTI CON UNA TASSA SULL'OCCUPAZIONE DELLE FREQUENZE?) - TE LO DO IO IL CONDONO “TOMBALE”. L’IDEA È DI SCUCIRE UN 3,5% SE SI TRATTÒ DI CAPITALI, UN 5 IN CASO DI IMMOBILI - FAR PAGARE L’ICI ALLA CHIESA, NO?..."
1- LO STOP DI BERLUSCONI: NO ALL'ASTA SULLE FREQUENZE - E SPUNTA L'IDEA DI FAR SALIRE AL 3,5 PER CENTO LA TASSA SUI CAPITALI...


Ugo Magri per "La Stampa"
BERLUSCONI MONTI premierBERLUSCONI MONTI PREMIER
Su Montecitorio cala la notte, ma la soluzione ancora non si trova. Sulle pensioni e sull'Imu (un tempo lo chiamavamo Ici) il governo sta cercando di venire incontro ai partiti, ieri è stato tutto un susseguirsi di colloqui tra «tecnici» e politici, impossibile tenere il conto. Molto raramente di domenica il Palazzo è stato così ben frequentato.
Già di pomeriggio Monti è tornato a Roma da Milano prendendo il Frecciarossa, come di sua abitudine, anziché l'aereo (tanto meno quello di Stato); e pure il Professore ha tenuto riunioni con Giarda, con Grilli, con la Fornero prima di infilarsi nell'incontro coi leader sindacali.
MARIO MONTIMARIO MONTI
I capigruppo della maggioranza si sono messi pazientemente a disposizione bivaccando per ore alla Camera, in attesa di un testo che mettesse nero su bianco le correzioni del governo alla manovra. Il giornale va in stampa quando ancora queste correzioni non sono arrivate.
Due le certezze. Anzitutto, sale il tetto di 500 euro per i pagamenti in contanti da parte della Pubblica Amministrazione: fino a 980 verranno versati cash, annuncia il sottosegretario ai Rapporti col Parlamento D'Andrea. Verrà dunque corretta la norma (un po' sadica) che obbligava i pensionati ad aprire un conto in banca per incassare quei quattro soldi di fine mese.
SILVIO BERLUSCONISILVIO BERLUSCONI
Tutti i partiti sono d'accordo, possiamo darlo per fatto. L'altra certezza riguarda l'asta per le frequenze televisive: non si farà a causa di un veto molto netto del Cavaliere. La questione si è riproposta ieri, poiché servono soldi per mitigare la stretta sulla casa e sulle pensioni. Dove prenderli? Pd e Terzo Polo (figurarsi i dipietristi) da giorni chiedono di trasformare in «beauty contest» sulle frequenze in una vera gara redditizia per le casse dello Stato.
Sostengono che se ne potrebbero ricavare chi dice 2 chi 4 miliardi. Li sborserebbero le aziende televisive, e qui si capisce come mai Silvio non veda la faccenda di buon occhio. I suoi rappresentanti l'hanno fatto presente in tutte le salse, nessuno ha insistito più perché se il Pdl è ostile il governo non va da nessuna parte. Di Pietro accusa: «Monti ha garantito a Berlusconi che non avrebbe messo all'asta le frequenze tivù».
pensioni1PENSIONI1
Incalza Tonino: «Al Cavaliere è convenuto andare via», da quando ha lasciato «le sue aziende hanno ripreso il 15 per cento, e adesso lascerà che la medicina amara venga somministrata da qualcun altro...» (in verità, notizie che filtrano da Arcore raccontano di un Silvio alle prese con ristrettezze gli impedirebbero di mettere le mani sul costoso attaccante argentino Tevez).
Senza più asta per le frequenze, diventa una bella impresa raccattare denari. E qui entra in gioco la tassa sugli «scudati». Difatti i tentativi di ripristinare l'indicizzazione delle pensioni, per garantirla fino a 1400 euro, e tutti gli sforzi dei partiti di maggioranza per far pagare meno Imu a chi ha tanti figli, dipendono ormai quasi esclusivamente dalla riscrittura del decreto, là dove fa pagare l'1,5 per cento a quanti riportarono i capitali in Italia credendo che si trattasse di un condono «tombale».
L'idea è di scucire a quei furbi altri denari: un 3,5 per cento se si trattò di capitali, un 5 per cento in caso di immobili. In alternativa (lo spiega il centrista Tabacci) è in discussione l'ipotesi di «far sottoscrivere Btp per un ammontare pari al valore dei capitali scudati». In questo caso lo Stato garantirebbe l'anonimato e tassi d'interesse del 2,5-3 per cento, coi tempi che corrono davvero un magro rendimento.
ANTONIO DI PIETROANTONIO DI PIETRO
Il Tesoro sta facendo due conti in proposito. Si porrebbero questioni sotto il profilo costituzionale, qualche «scudato» farà ricorso e magari la Consulta gli darà ragione; per cui si tenta di puntellare la norma tanto sul piano giuridico quanto sulla sua applicabilità, casomai nel frattempo gli «scudati» fossero falliti o passati a miglior vita.
Altre soluzioni non ve ne sono, o perlomeno la fantasia dei «professori» al potere non ha generato idee migliori. Far pagare l'Ici alla Chiesa? Il governo pare intenzionato a muoversi, ma nella maggioranza si dubita che lo farà davvero. E del resto, la mannaia che si annuncia per i contributi all'editoria sotto forma di «riclassificazione» degli aventi diritto (è di ieri l'annuncio) difficilmente decapiterà le testate che popolano il paesaggio politico e culturale.

2- I RICCHI E POVERI DELLE FREQUENZE TV...
A. Ol. per "Il Sole 24 Ore"
SAN PIETRO E IL VATICANOSAN PIETRO E IL VATICANO
Monta la polemica sulle frequenze tv che saranno regalate. Ma il problema è che già i primi 15 multiplex sono stati assegnati a gratis: quattro alla Rai, quattro a Mediaset, tre a Telecom Italia media, due all'Espresso, due ad altri. Se si facessero pagare i prossimi sei mux, Mediaset ha già messo le mani avanti: si ritirerebbe dalla competizione.
Dal punto di vista aziendale ha una logica: l'assegnazione delle frequenze è stata disposta dalla Ue per favorire il pluralismo, ogni multiplex supporta fino a sei canali, gli ultimi arrivati avranno un'audience residuale, il digitale terrestre per il gruppo del Biscione è ancora in rosso. Ergo: perchè pagare, quando con il primo giro si hanno già canali a sufficienza?
Il risultato è che si discriminerebbe tra ricchi (i primi assegnatari a gratis) e poveri (gli ultimi, a pagamento, che dovranno ripartirsi una fetta di pubblico necessariamente più ristretta). Ma allora, è il suggerimento di un trader, perchè non far pagare tutti con una tassa sull'occupazione delle frequenze? Tanto più che i mux si possono (e lo si fa) affittare a pagamento a terzi.
TABACCITABACCI

COSA CI FANNO LE GRANDI AZIENDE AMERICANE A CONVEGNO CON MCKINSEY?

da: Dagospia

"COSA CI FANNO LE GRANDI AZIENDE AMERICANE A CONVEGNO CON MCKINSEY (LA SOCIETA' DI CONSULENZA DA CUI PROVIENE AIRONE PASSERA) PARLANDO DI LOBBYNG E SISTEMI ISTITUZIONALI? PROVE D'ORCHESTRA PER LA NUOVA STAGIONE DEI TECNICI: INFLUENZARE LA POLITICA O SOSTITUIRLA? - BOBO MARONI E LUCA ZAIA PROVANO A RICUCIRE CON GLI IMPRENDITORI - LA MERITOCRAZIA SECONDO I BOCCONIANI…"



A cura di Carlo Cinelli e Federico De Rosa per il "CorrierEconomia" del "Corriere della Sera"
roberto maroniROBERTO MARONILuca ZaiaLUCA ZAIA
1 - La Lega e gli imprenditori, un rapporto che si è prima interrotto sull'altare del governo di Silvio Berlusconi e poi spezzato sulla decisione di Umberto Bossi di andare all'opposizione. E dalla Lega viene chi si incarica di ricucire. Per ricominciare a capire le ragioni dell'impresa, venerdì, a Treviso, Roberto Maroni sarà con Luca Zaia sul palco dell'Hotel Maggior Consiglio per una kermesse con oltre 200 imprenditori, convocati da Franco Manzato, plenipotenziario del segretario regionale Giampaolo Gobbo e dal neo presidente dei «piccoli» della Confindustria Veneto Alberto Baban.
mckinseyMCKINSEY
- Dimenticate la selva di affaristi, consulenti e brasseurs d'affaires che a vario titolo popolavano i corridoi del Palazzo. Con il nuovo governo non servono. O meglio, non devono servire più. Perché anche se è vero che fare business in Italia in un mercato regolamentato è difficile senza un «aiutino», non è mai tardi per cambiare abitudini. A sostenerlo (pro domo sua?) è McKinsey che insieme ai lobbisti della Cattaneo Zanetto & Co. e all'American Chamber of Commerce in Italy ha organizzato per oggi a Milano un seminario, rigorosamente a porte chiuse, sul rapporto tra aziende e istituzioni. Alberto Marchi di McKinsey illustrerà lo scenario.
jos23 pellizzari riccardo pugnalinJOS23 PELLIZZARI RICCARDO PUGNALIN
Paolo Zanetto le soluzioni per fare lobbying professionale, «all'americana», e il valore strategico di avere in azienda una robusta, e competente, direzione affari istituzionali. Invitati anche esperti sul campo: Riccardo Pugnalin, direttore Public Affairs di Sky Italia e Stefano Giberti, responsabile direttore affari legali di General Electric Healthcare, che discuteranno di business e istituzioni con l'avvocato Luca Arnaboldi di Carnelutti e il lobbista Alberto Cattaneo.
ARTURO ARTOMARTURO ARTOM
- E se oltre al modo di dialogare delle aziende cambiasse anche l'approccio da parte della burocrazia? In parallelo al seminario di McKinsey, sempre oggi a Milano, il prorettore della Bocconi, e presidente dell'Osservatorio sul Cambiamento delle amministrazioni pubbliche, Giovanni Valotti, terrà a battesimo il primo appuntamento pubblico del Forum della Meritocrazia, neonata think tank, fondata da Arturo Artom e Nicolò Boggian.
Franco BassaniniFRANCO BASSANINI
Che ha invitato il presidente della Cdp e di Metroweb, Franco Bassanini, il consigliere della Corte dei Conti, Carlo Chiappinelli, e l'ex banchiere Alessandro Profumo. Dialogheranno con l'amministratore delegato di Trenord, Giuseppe Biesuz e il presidente di Infrastrutture Lombarde Giovanni Bozzetti, di come cambiare, dal basso, la pubblica amministrazione premiando i curricula e non gli sponsor.

lunedì 7 novembre 2011

Donne manager. Il colore rosa del business

da: Panorama


Quando Meg Whitman è stata nominata amministratore delegato di Hewlett Packard gli analisti non si sono scossi più del necessario. Da gennaio sedeva nel board del produttore di computer e poi era pur sempre la manager che in dieci anni ha portato eBay da 30 a 15 mila dipendenti, moltiplicando il fatturato di una ventina di volte. Sempre lei ha contribuito alla fortuna di colossi tipo Walt Disney, DreamWorks, Procter & Gamble e Hasbro. Chiusa la parentesi politica con cui sperava di succedere ad Arnold Schwarzenegger al governo della California, Whitman è tornata nel business portando quel tratto femminile che in questi tempi d’incertezza può rivelarsi carta vincente. Hp esce da una stagione di vacche piuttosto magre, nell’ultimo anno, sotto la direzione di Leo Apotheker, il valore del titolo è sceso del 43 per cento, ma è bastato far girare il nome di Whitman sulla stampa finanziaria perché le azioni facessero un balzo in avanti del 3%.

L’ex candidata repubblicana è solo una delle rappresentanti di una generazione di donne che da Wall Street alla West Coast stanno gentilmente mettendo a soqquadro i canoni classici della dirigenza maschile. Senza quote rosa. Guadagnano decine di milioni di dollari l’anno, sono ospiti fisse delle classifiche di Forbes, dei forum di economia internazionale e si trovano a loro agio nelle liste di fine anno di Time.

Indra Nooyi è amministratore delegato Pepsi dal 2007, quando il board si è reso conto che nel ruolo di Cfo aveva fatto lievitare il fatturato del 72% in sei anni. Nata 55 anni fa in India, Nooyi ha iniziato la sua carriera nella sede indiana di Johnson & Johnson, dove in poco tempo ha potuto mostrare le sue capacità manageriali. Il grande passaggio arriva nel 1994: Pepsi la chiama per riorganizzare la strategia globale dell’azienda. Con una sontuosa ristrutturazione riesce a scaricare la zavorra che impedisce di volare e allo stesso tempo pianifica nuovi investimenti per la crescita. L’affare fondamentale è il merge con Quaker Oats Company, che porta Gatorade nella seconda compagnia di bevande analcoliche del mondo. E l’azienda torna a crescere su ritmi simili a quelli di Coca-Cola.

Per cinque anni Nooyi ha guidato senza sforzo la classifica Fortune delle 50 donne più potenti d’America, ma all’inizio di ottobre è stata scalzata da Irene Rosenfeld, che dal 2004 al 2006 ha guidato Frito-Lay, controllata di Pepsi che ha costruito la sua fortuna sul lancio di prodotti orientati alla salute. Per questo Kraft Foods ha nominato la 58enne di Brooklyn – con ascendenze romene e tedesche – amministratore delegato, forse nemmeno osando sperare che l’azienda avrebbe visto una crescita di quelle proporzioni: nel 2010 il fatturato di Kraft è salito del 43% e Rosenfeld ha in cantiere ormai da anni un frazionamento dell’azienda che dovrebbe migliorare le performance. Con un modello statistico ha valutato una via per accrescere il fatturato di un’azienda che ha 127 mila dipendenti in 170 Paesi. «Sono qui per aiutare l’azienda a raggiungere i suoi obiettivi e non sono i dipendenti che lavorano per fare ciò che io dico loro».

L’amministratore delegato di Archer Daniel Midland, Patricia Woertz, si definisce una outsider: «Sono fuori dalla compagnia, fuori dall’industria, fuori dalla famiglia, fuori dalle aspettative di una figura maschile». E in effetti non aveva nulla a che vedere con il colosso dell’Illinois che lavora prodotti agricoli da un centinaio d’anni, l’azienda che negli anni Novanta è passata dalle colonne finanziarie a quelle scandalistiche per lo scandalo del controllo dei prezzi della Lisina, episodio che ha ispirato il film The Informant! di Steven Soderbergh. Alla Adm è arrivata da Chevron, azienda non completamente estranea al suo attuale ruolo: Woertz sta puntando sui biocarburanti per diversificare la produzione e aprire nuovi mercati. A fine anno la 57enne porta a casa una cifra vicina ai 12 milioni di dollari.

Anche a Facebook, per definizione patria di nerd e geek, dunque ambito di competenza tipicamente maschile, la presenza femminile non manca. La dipartita di Randi Zuckerberg, sorella di Mark, ha destabilizzato gli investitori soltanto fino a quando non è stato chiaro che la giovane si stava muovendo per accrescere ulteriormente il prestigio della casa madre. A Palo Alto è rimasto però il chief operative officer Sheryl Sandberg, donna fra le più potenti d’America che ha costruito una carriera fra politica e tecnologia. Zuckerberg l’ha incontrata nel 2007 a una festa di compleanno, quando Sheryl era vicepresidente di Google. Per Mark era stato un colpo di fulmine. Qualche mese più tardi il ceo di Facebook annunciava al mondo che Sandberg sarebbe stata il suo braccio destro. La vita della Sheryl è completamente cambiata nei primi anni Novanta, quando durante gli studi ad Harvard ha incontrato il professor Larry Summers, che presto è diventato il suo faro nella giungla accademica e il suo relatore della tesi alla Business School. L’ha introdotta lui alla World Bank e quando Bill Clinton nel 1996 lo ha nominato segretario del Tesoro lui le ha offerto il posto di capo di gabinetto. Nel gioco dei destini incrociati i due si sono ritrovati in California, lei manager del social network, lui consulente economico di Marc Anderseen, creatore di Netscape e angel investor della Silicon Valley.

Ellen Kullman dimostra che non sono solo le aziende di nascita recente ad affidarsi alle donne. DuPont è un’istituzione del panorama americano. Nel 2008 Kullman è stata nominata presidente e amministratore delegato dell’azienda che tuttora risiede nella sua città natale, la placida Wilmington. Lei, ingegnere meccanico prestato al management con un passato di rilievo a General Motors, ama lo stile dimesso: «Non sono sicura che il fatto di essere donna aggiunga o tolga qualcosa. Credo che il mio stile manageriale sia particolare, direi unico, ma io cerco solo di continuare a guidare la strategia dell’azienda». E gli impegni di questo prestigioso mastodonte americano non le hanno impedito di dedicarsi a Maggie, Stephen e David, i figli che ha avuto assieme al marito Michael, che incidentalmente è vicepresidente di DuPont. Ovvero un sottoposto di Ellen.